Cos’è la performance

Una donna, vestita di un semplice abito bianco, siede tra centinaia di ossa di mucca, mentre le pulisce dal sangue residuo e intona delle cantilene. La testa bassa, lo sguardo stanco e l’odore di putrido.

Questo è lo scenario che si trovava di fronte il visitatore del Padiglione della Serbia durante la Biennale di Venezia del 1997, l’evento italiano più importante di arte contemporanea in cui, in diverse sedi, vengono esposte le opere degli ultimi artisti sulla scena mondiale, tra emergenti e ben consolidati.

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Non un quadro dunque, ma un’azione esibita di fronte ad un pubblico. Ciò che l’artista fa è arte. Il corpo stesso dell’artista diviene il medium artistico, lo spettatore lo ammira o, altre volte, può intervenire e dialogare con l’azione in corso.
Tale pratica pone le sue radici nella grande vitalità del panorama teatrale degli anni sessanta, dal quale nacque l’espressione Body Art, che racchiude, tra le altre cose, anche la performance. Gli influssi culturali che hanno condotto ad una rivalutazione del corpo risiedono nelle speculazioni filosofiche di Sartre e Heidegger, e sugli studi comportamentali dell’America. Prima degli anni sessanta, però, già Duchamp (di cui abbiamo già parlato qui) aveva fatto del proprio corpo materia d’arte facendosi fotografare da Man Ray nel personaggi femminile di Rrose Selavy e, prima di lui, anche il Surrealismo e l’atteggiamento bohemien anticiparono l’importanza del corpo.

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Duchamp in Rrose Selavy

Ma torniamo a noi. La performance in apertura di articolo si intitola Balkan Baroque, in ricordo delle vittime della guerra dell’ex Jugoslavia conclusasi due anni prima; l’artista diviene emblema della purificazione, come se il proprio pulire le ossa macchiandosi di rosso fosse un rito d’espiazione della colpa.

A dire il vero, questo è solo uno dei tantissimi esempi di opere di Marina Abramovic (1946) che da sempre sperimenta, e continua a farlo, le possibilità del corpo come espressione di idee e sensazioni. In linea generale potremmo dire che il suo lavoro affronta sempre tematiche quali il dolore, il limite, le relazioni tra corpo privato e altrui.

Nel 1977 si pose nuda sullo stipite della porta d’ingresso d’una mostra, mentre su quello opposto si trovava il suo compagno, Ulay, anch’egli nudo (Imponderabilia, eseguita a Bologna). Il visitatore che voleva vedere l’esposizione nella sala doveva necessariamente passare tra quei corpi, con non poco imbarazzo. E non essendoci abbastanza spazio per attraversarli frontalmente, era obbligato a scegliere verso quale lato girarsi, così che di profilo potesse più agevolmente passare. Era un lavoro che affrontava l’intimità, il significato della pelle, il fatto stesso di muoversi per vivere l’esperienza d’arte; chi stava fuori non poteva dire davvero di aver visto l’opera dell’Abramovic.

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Imponderabilia, 1977

C’è un’altra perfomance dell’artista, The artist is present (2010), in cui la partecipazione del pubblico fu fondamentale. Marina era seduta da un lato del tavolo, al centro di una sala del MoMa di New York, in attesa che qualcuno si sedette dalla parte opposta. La fila dei visitatori fu a dir poco impressionante, c’era addirittura gente che si appostava a dormire fuori dal museo per poter vivere l’esperienza dell’Abramovich. Dopo essersi appropriati della sedia tanto attesa, iniziava un fisso sguardo tra l’artista e il visitatore, che spesso scatenava in lui lacrime di commozione, di fragilità, come se riconoscesse in lei una sincera genuinità nel suo stare (qui potete vedere un bel documentario su questa performance; lo consiglio perché nella parte finale si vedono benissimo le reazioni delle persone). Nessuno poteva toccare o parlare all’artista e, a parte qualche episodio di gente eccentrica che è stata immediatamente allontanata, la performance fu per tutti i tre mesi, sei ore al giorno, molto intensa.

Ricordiamo inoltre quando nel ’74 addirittura svenne per la mancanza di ossigeno in una stella di fuoco, nell’88 la performance cui diede l’ultimo abbraccio d’addio al suo ex-compagno sulla muraglia cinese,o Rhytm 0 in cui il pubblico poteva scegliere con quali oggetti intervenire sul corpo dell’artista, tra cui anche una pistola.

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The artist is present, 2010

Oltre a Marina Abramovic, la quale più di una volta ha dichiarato la sua attenzione alla preparazione pre-performance curando respirazione, alimentazione e concentrazione, i nomi di artisti che hanno operato in questo campo si sprecano: Vito Acconci, Yoko Ono, Bruce Nauman, Tino Segal, Gina Pane, Gilbert and George.

In questa sede interessante è osservare il lavoro di Bruce Nauman (1941) il quale sfruttò il medium del video per proporre le sue perfomance; i suoi filmati diventano documentazioni al quale egli attribuisce valore artistico (al contrario dell’Abramovic la cui l’opera si esaurisce nel momento stesso in cui viene presentata).
Non dimentichiamoci che siamo in anni di piena sperimentazione, perciò quando si parla di video togliamoci dalla testa le belle immagini di film d’autore o videoclip musicali: nella primitiva video-arte, così viene chiamata dai critici, a nessuno interessa la tecnica e la pulizia; piuttosto, l’attenzione è tutta rivolta al significato. Gli artisti amano la pellicola sgranata, l’inquadratura storta e il fuoco impreciso. Questa è un importante premessa da conoscere prima di vedere questa arte.

Nauman entrava nel suo studio, faceva partire la video camera e camminava. Talvolta segnava delle linee sul pavimento e le seguiva muovendosi con una certa coreografia (Walking in an exaggerated manner around the perimeter of a square, 1968), altre volte faceva semplicemente azioni totalmente spontanee. La sua arte coincideva con la banalità della quotidianità, sulla spontaneità del corpo spesso mosso dalla noia.

E questa idea fu molto importante nel panorama artistico, tanto è vero che, come vedremo, l’estetica del banale e del quotidiano tanto professata dalle immagini di Instagram, è tutt’ora in voga negli artisti contemporanei che utilizzano la fotografia. E se intendiamo il video come fotografia in movimento, moltissimi collegamenti verranno da sé (non dimentichiamoci infatti che se prendiamo la bobina di una pellicola, altro non vedremo che tante piccole fotografie in successione).

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Walking in an exaggerated manner around the perimeter of a square, 1968

Guardando la storia dell’arte, potremmo dire che molti artisti sono divenuti tali nel momento in cui il proprio lavoro divenne riconoscibile, vuoi per estetica (intendendo la forma), vuoi per contenuto. Nonostante alcune eccezioni, girando per una fiera d’arte e conoscendo un po’ di artisti, è facile riconoscere l’autore di un’opera elusivamente dall’aspetto esteriore (senza entrare nei complicati intrecci del mercato dell’arte). Ad esempio, se vedo una superficie specchiante con una stampa che ne occupa una porzione potrei ben supporre si tratti di Pistoletto; così come lamette e sangue per Gina Pane (1939-1990). Quest’ultima, attiva performer degli anni 70, utilizzò il corpo incidendolo, procurandosi ferite su braccia, pancia e gambe con una poesia tutta sua. Celebre è l’immagine che la ritrae con le spine di una rosa inserite nella pelle del suo braccio.

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Azione sentimentale, 1973

Per concludere, vorrei tornare sull’utilizzo del video nell’ambito performativo per presentare Joan Jonas (1936), un’arzilla vecchietta che ancora oggi produce opere senza stancarsi nello sperimentare nuove tecniche. Personalmente è un’artista che amo molto, la conobbi in una mostra alla Hangar Bicocca, importante spazio espositivo milanese, per poi ritrovarla all’ultima Biennale di Venezia (2015) nel padiglione statunitense interamente dedicato a lei; attualmente una sua personale è in corso nella Galleria Raffaella Cortese di Milano, con una selezione di lavori ed un paio di video nuovi.

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Mostra all’Hangar Bicocca, 2014

La pratica performativa della Jonas ruota principalmente attorno all’autoritratto (nonostante a volte utilizzi esclusivamente giovani attori), alla maschera e all’intreccio primitivo che l’uomo vive con la natura. Nei suoi video impersona sempre personaggi immaginari, coprendosi la faccia con maschere autoprodotte che molto ricordano la nera Africa. Vestita di larghi abiti leggeri, sfrutta il riflesso di specchi per mostrare ciò che sta attorno a lei, osservando i riflessi della luce o dell’immagine modificata dalla superficie irregolare dello specchio. La location può essere un bosco, oppure la sua casa di legno, in cui vive con il proprio fedele cane, spesso attore dei suoi film. Le sue performance indagano l’identità, molte di esse sembrano alludere alle pratiche sciamaniche in cui con bastoni, carboncini e gesti esagerati si muove nello spazio.
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Uno dei suoi lavori che preferisco è quello in cui lei è seduta su una sedia, coperta completamente da un grande lenzuolo di carta bianco, dal quale fuoriesce solo la sua mano che, con un carboncino nero in mano, ricalca le forme del suo corpo lasciando la traccia più essenziale di sé.

Le sue esposizioni, inoltre, sono delle vere e proprie installazioni, in cui il video proiettato si intreccia con disegni alle pareti, reperti di varia natura esposti in vetrine o semplicemente appoggiati a terra, coni di carta fotografica, in modo tale che ogni lavoro “disturbi” il suo vicino.

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Ricapitolando, in questo capitolo abbiamo conosciuto Marina Abramovic, Bruce Nauman e Jon Jonas. Li ho scelti in quando espressioni di tre modi diversi di utilizzare la perfomance, consapevole che ci sarebbero ancora pagine e pagine da scrivere. C’è chi si è suicidato, mutilato i genitali, morto disperso nell’oceano, fatto sparare ad un braccio o vissuto in una gabbia con un coyote. Ma per ora ci accontentiamo di qualche spunto.

 

F.

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